In posa per la Storia – La Repubblica ha gli occhi di Bambina

“Quella matita stretta tra le dita  ha tracciato la strada della nostra democrazia.”

Questa storia inizia ottant’anni fa, domenica 2 giugno 1946. Una giovane donna di ventidue anni di nome Bambina si fa fotografare con un amico a Lanciano, all’altezza di via Roma e a due passi da piazza del Plebiscito e dalla cattedrale della Madonna del Ponte. Dalla foto non si vede, ma alla loro sinistra c’era anche uno dei monumenti simbolo di Lanciano: il monumento ai duecentosettanta caduti della Prima Guerra Mondiale, inaugurato il 13 settembre 1926 alla presenza del Principe Umberto di Savoia. Alle lapidi dei caduti della guerra se n’è aggiunta un’altra, al centro del complesso scultoreo, dedicata ai martiri del 6 ottobre del 1943. Bambina quel 6 ottobre se lo ricordava molto bene.

Lanciano si trovava a ridosso della Linea Gustav, ad appena venti chilometri da Ortona. Per gli Alleati la liberazione di questo punto strategico era fondamentale per poter avanzare verso Pescara e, attraverso la via Tiburtina Valeria, convergere su Roma. L’obiettivo era liberare la Capitale con un’azione congiunta, ricongiungendosi con le forze americane che stavano risalendo da Cassino. La posizione strategica di Lanciano determinò la sua occupazione immediata subito dopo la proclamazione dell’armistizio. I tedeschi scacciarono i civili dalle case migliori per stabilire i propri alloggi, i comandi e i depositi di munizioni. Venne imposto il coprifuoco rigidissimo, il divieto di assembramento e la requisizione forzata di cibo, coperte, bestiame e automobili per sostenere le truppe al fronte. I civili furono ridotti alla fame e i giovani di Lanciano e dei paesi limitrofi furono perseguitati dai bandi di precettazione emanati dai nazisti e dai fascisti della neonata Repubblica di Salò. Chi veniva catturato nei frequenti rastrellamenti stradali era costretto al lavoro coatto: i ragazzi venivano mandati a fortificare la Linea Gustav, a scavare trincee sotto il tiro delle artiglierie alleate o deportati verso il Nord Italia e la Germania. L’esasperazione per le violenze e le razzie nazifasciste portò a uno degli episodi più gloriosi della Resistenza italiana. Lanciano fu una delle prime città in Italia a insorgere in armi contro l’occupante e, per questo, le fu conferita la medaglia d’oro al valor militare.

Un gruppo di giovanissimi partigiani e cittadini (molti dei quali poco più che adolescenti) decise da che parte della Storia stare e la sera del 5 ottobre, per impossessarsi di armi e munizioni, assaltò la caserma militare di Santa Chiara all’ingresso di Corso Roma, poco distante da dove Bambina e il suo amico, tre anni più tardi, scattarono quella fotografia. Subito dopo si appostarono sotto via dei Bastioni, nel quartiere di Lancianovecchia, tendendo un’imboscata a una colonna di veicoli tedeschi leggeri, riuscendo a incendiare i mezzi e a ferire alcuni soldati. Fu l’inizio ufficiale della rivolta. Durante la notte tra il 5 e il 6 ottobre i tedeschi catturarono uno dei principali partigiani colpevoli di aver compiuto l’attentato la sera prima: il giovanissimo Trentino La Barba, un ragazzo rientrato a Lanciano dopo essere fuggito dalla prigionia in Germania. Sottoposto a feroci interrogatori e torture per tutta la notte, La Barba dimostrò un coraggio straordinario non rivelando un solo nome dei suoi compagni e dei capi del movimento insurrezionale (prima regola: non fare la spia!). La mattina del 6 ottobre i tedeschi lo portarono lungo viale Cappuccini, lo legarono a un albero per terrorizzare la cittadinanza, lo accecarono, lo uccisero a colpi di pistola e, infine, lo impiccarono. Il martirio di Trentino La Barba, anziché spaventare la città, scatenò la rabbia dei lancianesi. Gruppi di cittadini, partigiani e studenti imbracciarono le armi e scesero in strada, ingaggiando durissimi scontri corpo a corpo con le truppe tedesche in Piazza Plebiscito, Corso Trento e Trieste e nel quartiere della fiera. I civili combatterono con mezzi palesemente inferiori contro un esercito regolare che, per sedare la rivolta, dovette schierare i carri armati all’interno delle vie del borgo. Uomini e donne, rinchiusi in casa, davano di nascosto indicazioni ai ribelli per permettere loro di scappare tra i vicoletti della cittadina medievale senza il rischio di cadere in mani nemiche. Verso la fine del pomeriggio del 6 ottobre le munizioni dei lancianesi stavano per finire. Davanti all’arrivo dei rinforzi nazifascisti pesantemente armati, fatti convergere dal vicino fronte del Sangro, il comandante dei ribelli, Mario Bellisario, capì che l’annientamento era vicino. Per salvare il salvabile ordinò ai superstiti di rompere il contatto e fuggire verso le campagne circostanti e le valli della Maiella. I tedeschi imposero lo stato d’assedio e un coprifuoco totale e iniziò una spietata caccia all’uomo. I soldati della Wehrmacht perquisirono le abitazioni e rastrellarono chiunque fosse sospettato di aver sparato o aiutato gli insorti. Nelle ore successive alla fine dei combattimenti dodici civili inermi vennero fucilati sul posto per rappresaglia, andando ad aggiungersi agli undici giovani caduti e al corpo martoriato di Trentino La Barba. I loro nomi oggi sono scolpiti in quel complesso marmoreo, a perenne ricordo del loro sacrificio.

Dopo tre anni, proprio negli stessi luoghi di quei tragici eventi, i lancianesi e le lancianesi camminano contenti in una città ancora piena di macerie ma finalmente libera. Quella domenica mattina, domenica 2 giugno, i muri della cittadina, medaglia d’oro al valor militare, sono pieni di manifesti di proclamazione delle liste con su scritti molti nomi. Tra tutti quei nomi Bambina rimane colpita da uno in particolare: Filomena Delli Castelli (DC). Bambina sapeva l’importanza di leggere quel nome su quella lista di candidati. Quello che ignorava quella giovane donna di ventidue anni è che stava facendo la Storia.

Quando nel 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia le donne italiane erano circa tredici milioni, poco meno della metà della popolazione residente. La miseria e l’analfabetismo, che affliggevano in particolare la popolazione rurale, colpirono largamente le donne, escluse dall’istruzione e costrette a dure condizioni di vita e di lavoro. Il diritto di voto era fortemente limitato sulla base del censo e dell’istruzione ed era riconosciuto solo al 2% circa degli uomini adulti. Sul piano del diritto civile le donne erano poste in una condizione di sostanziale inferiorità rispetto agli uomini. Il Regno d’Italia, in continuità con la legislazione sabauda, limitò la capacità giuridica della donna che, per disporre dei propri beni, necessitava dell’autorizzazione maritale. Nel 1863, dopo la proposta del deputato Peruzzi dell’estensione del voto alle donne, sebbene riguardasse solo le vedove e le nubili maggiorenni, il relatore Boncompagni intervenne in aula sostenendo:

Occorre poi notare che il caso in cui la donna partecipi alla elezione non sarà che un’eccezione; i nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori per recare il suo voto. Il progetto propone che la donna debba dare il suo voto delegando la rappresentanza”.

Il 24 marzo 1881 iniziò alla Camera la discussione del disegno di legge per la riforma della legge elettorale e si accese un ampio dibattito sul voto alle donne. Il relatore Zanardelli affermò:

La donna è diversa dall’uomo: essa non è chiamata agli stessi uffici, non è chiamata alla vita pubblica militare. Il suo posto è la famiglia, la sua vita è domestica, le sue caratteristiche sono gli affetti del cuore che non si convengono con i doveri della vita civile”.

In questo clima emerge la figura di Anna Maria Mozzoni, una paladina instancabile dei diritti delle donne e pioniera delle battaglie per il riconoscimento del suffragio femminile in Italia. La Mozzoni presentò due storiche petizioni al Parlamento italiano per rivendicare il diritto di voto alle donne, segnando due tappe fondamentali del movimento suffragista in Italia. Nata a Milano il 5 maggio 1837 in una famiglia di nobili origini ma modesta ricchezza, subisce precocemente la discriminazione di genere: mentre i fratelli proseguono gli studi di alto livello, lei viene mandata in un collegio. Una volta uscita prosegue la sua formazione come autodidatta, studiando gli illuministi nella biblioteca paterna. Nel 1864 pubblica La donna e i suoi rapporti sociali, dove rivendica il diritto di voto e l’accesso all’istruzione e alle professioni. L’anno successivo attacca duramente il Codice Pisanelli e l’autorizzazione maritale, che privava le donne sposate dell’autonomia patrimoniale.  Nel 1870 traduce in italiano La servitù delle donne di John Stuart Mill, che diventa un manifesto per il movimento in Italia. L’attivismo politico di Anna Maria si traduce nelle due petizioni da lei presentate. Quella del 1870, un anno dopo l’ascesa al potere della Sinistra storica, fu la prima petizione per il voto politico femminile mai sottoposta al Parlamento italiano. La Mozzoni sosteneva che, poiché lo Stato aveva promosso con cura l’istruzione femminile, le donne avevano ormai raggiunto un livello intellettuale pari a quello di molti elettori maschi. L’obiettivo di questa petizione era quello di ottenere il voto politico per permettere alle donne di tutelare i propri interessi e far conoscere i propri bisogni, denunciando l’esclusione di un’intera classe di cittadini dallo spazio pubblico. La seconda, del 1906 e firmata da donne di diverse estrazioni sociali tra cui Maria Montessori, era più ampia della precedente. Rivendicava il diritto di voto sia politico che amministrativo per le donne, senza distinzioni o limitazioni. La richiesta si basava su quattro pilastri fondamentali, a partire dal riconoscimento della piena cittadinanza, poiché le donne dovevano essere considerate a tutti gli effetti cittadine dello Stato. A questo si aggiungeva il principio della fiscalità secondo cui, dato che le donne pagavano tasse e imposte esattamente come gli uomini, avevano il diritto di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Veniva poi sottolineato il loro cruciale contributo economico, in quanto produttrici di ricchezza per l’intera nazione, e, infine, il valore sociale della maternità, attraverso cui contribuivano alla società con il profondo sacrificio del sangue nei “dolori della generazione”. Nonostante il dibattito parlamentare che ne seguì, l’allora presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si dichiarò favorevole soltanto al voto amministrativo, definendo l’estensione del voto politico un vero e proprio “salto nel buio”. La Prima Guerra Mondiale rappresentò una svolta sociale fondamentale, in quanto le donne furono costrette a sostituire gli uomini impegnati al fronte nelle fabbriche, negli uffici e nell’agricoltura; questo impegno massiccio diffuse la consapevolezza che la loro condizione di minorità politica non fosse ormai più sostenibile. Subito dopo il conflitto la questione del voto divenne centrale nel dibattito politico. La Legge Sacchi del 1919 abolì finalmente l’autorizzazione maritale, permettendo alle donne di gestire i propri beni e di accedere a tutte le libere professioni e agli impieghi pubblici, esclusi la magistratura e la difesa. Sempre nel 1919 la Camera approvò a grande maggioranza l’estensione del voto a entrambi i sessi, ma la fine anticipata della legislatura impedì l’approvazione finale del Senato, bloccando la riforma a un passo dal traguardo. Anna Maria Mozzoni morì a Roma l’anno successivo, il 14 giugno del 1920, senza veder realizzato il diritto di voto per cui aveva lottato per oltre cinquant’anni. Il regime fascista agli inizi del 1925 promulgò una legge, la prima in Italia, che concedeva il voto amministrativo alle donne, ma con l’emanazione delle leggi fascistissime il Regime abolì le elezioni locali, sostituendo i sindaci elettivi con i podestà di nomina governativa. Il riconoscimento del diritto di voto maturò definitivamente durante la Resistenza. La partecipazione delle donne a questo immenso fenomeno popolare è stata la prima collettiva e grande esperienza di emancipazione femminile. Partigiane combattenti, staffette partigiane, assaltatrici di forni e caserme, crocerossine: le donne hanno portato da sole il peso della tragedia, la fatica della guerra, il dolore della morte di un figlio, un marito, un fratello, un amico. E a guerra ancora in corso, il primo febbraio 1945, il governo adottò la norma che estendeva alle donne il diritto di eleggere (elettorato attivo). In quello stesso anno quattordici donne entrarono a far parte della Consulta Nazionale, un organo non elettivo con funzioni consultive che si riunì per la prima volta a Palazzo Montecitorio il 25 settembre 1945 e restò in carica fino alle elezioni del 2 giugno 1946. Una di loro, Angela Maria Guidi Cingolani, esponente della Democrazia Cristiana, sarà la prima donna a prendere la parola nell’aula di Montecitorio nella seduta del 1° ottobre 1945. Il percorso si completò nei primi mesi del 1946. Tra gennaio e marzo nuovi decreti riconobbero alle donne anche il diritto di essere elette (elettorato passivo) e tra marzo e aprile si tennero le elezioni amministrative, dove le donne votarono per la prima volta e molte vennero elette nei consigli comunali. Il risultato storico di questo lungo cammino per la conquista del voto, iniziato con l’Unità d’Italia e maturato con la partecipazione delle donne alla Resistenza, fu l’elezione di ventuno donne, su un totale di 556 deputati, all’Assemblea Costituente, che contribuirono attivamente alla stesura della nuova Costituzione.

E il nome che destò l’attenzione di Bambina quella domenica mattina del 2 giugno del 1946 fu proprio il nome dell’unica donna abruzzese eletta alla Costituente: Filomena Delli Castelli. Un’altra donna costituente, Maria Agamben Federici, era originaria de L’Aquila ma scelse di candidarsi nel Collegio Unico Nazionale, quindi il suo nome non compariva nel manifesto locale della circoscrizione abruzzese ma nella lista nazionale. Quello che rende straordinaria la nostra Costituzione è che è stata scritta da donne e uomini che hanno preso parte alla Resistenza, scegliendo da che parte della storia stare: dalla parte della libertà e della democrazia. Per questo siamo l’unico Paese sconfitto a cui è stata data l’opportunità di scriversi la propria carta costituzionale, proprio perché scritta da coloro che hanno combattuto al fianco degli Alleati per liberare, uno ad uno, i nostri paesi dal giogo nazifascista. Non a caso, delle ventuno donne costituenti la stragrande maggioranza prese parte in prima persona alla lotta di Liberazione, mentre le restanti vissero gli anni del fascismo pagando il prezzo dell’opposizione politica attraverso l’esilio, il carcere o il confino e parteciparono alla ricostruzione del tessuto civile e sociale durante la guerra.

CHI ERANO QUESTE 21 RESISTENTI E COSTITUENTI?

Filomena Delli Castelli: eletta nelle liste della DC. Nata a Città Sant’Angelo (Pescara) nel 1916, laureata in filosofia e insegnante, durante il conflitto e l’occupazione della provincia di Chieti da parte dei nazisti lungo la Linea Gustav si adoperò nella Resistenza civile attraverso la rete della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, prestando soccorso agli sfollati e ai civili in fuga dalle devastazioni belliche.

Maria Agamben Federici: eletta nelle liste della DC. Nata a L’Aquila nel 1899, laureata in lettere, visse all’estero per sfuggire al fascismo prima di rientrare a Roma. Fu tra le fondatrici del Centro Italiano Femminile (CIF). Durante l’occupazione nazista di Roma operò nella Resistenza civile cattolica offrendo rifugio a perseguitati politici, ebrei e renitenti alla leva, facendo da tramite con i comandi partigiani.

Teresa Mattei: eletta nelle liste del PCI. Nata a Genova nel 1921, fu la più giovane eletta alla Costituente (25 anni). Espulsa dalle scuole del Regno per essersi opposta alle leggi razziali, si laureò in filosofia nel 1944. Con il nome di battaglia “Chicchi”, fu comandante di una formazione dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) a Firenze. Fu lei a ideare l’uso della mimosa per la Giornata internazionale della donna.

Nilde Iotti: eletta nelle liste del PCI. Nata a Reggio Emilia nel 1920, laureata alla Cattolica di Milano, divenne insegnante. Fu la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati (dal 1979 al 1992). Subito dopo l’8 settembre 1943 entrò nelle fila delle brigate Garibaldi come staffetta partigiana, occupandosi dei soccorsi alle famiglie dei combattenti e della rete di comunicazione dei GDD (Gruppi Difesa della Donna).

Teresa Noce: eletta nelle liste del PCI. Nata a Torino nel 1900 in una famiglia operaia, fu giornalista e sindacalista. Durante i primi anni di regime visse lunghi anni in esilio. Partecipò attivamente alla Resistenza francese con lo pseudonimo “Estella”. Arrestata dai nazisti nel 1943, fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove sopravvisse ai lavori forzati fino alla liberazione.

Lina Merlin: eletta nelle liste del PSIUP. Nata a Chioggia nel 1887, fu insegnante e storica militante socialista. È celebre per la legge del 1958 che abolì la regolamentazione statale della prostituzione (Legge Merlin). Già arrestata più volte dal fascismo, dopo l’armistizio coordinò la Resistenza civile a Padova e nel Veneto organizzando i Gruppi di Difesa della Donna e raccogliendo fondi, armi e vestiti per i partigiani.

Laura Bianchini: eletta nelle liste della DC. Nata a Castenedolo (Brescia) nel 1903, fu un’insegnante e pubblicista, esponente di spicco del cattolicesimo democratico. Operò nella Resistenza bresciana e milanese entrando nel comando delle Brigate Fiamme Verdi (formazioni partigiane cattoliche). Curò la stampa del foglio clandestino Il Ribelle.

Angela Gotelli: eletta nelle liste della DC. Nata ad Albereto (Parma) nel 1905, laureata in lettere, fu una dirigente della Croce Rossa. Attiva sull’Appennino ligure-parmense, collaborò stabilmente con le brigate partigiane locali curando l’assistenza ai feriti e partecipando in prima persona a rischiosi negoziati con i comandi tedeschi per lo scambio di prigionieri.

Adele Bei: eletta nelle liste del PCI. Nata a Cantiano (Pesaro-Urbino) nel 1907. Nel 1934 fu condannata dal Tribunale Speciale fascista a diciotto anni di carcere per attività antifascista, venendo scarcerata solo nel 1943. Dopo la caduta di Mussolini fu tra le principali organizzatrici degli scioperi antifascisti nella Capitale occupata e coordinò la rete clandestina dei GDD a Roma.

Rita Montagnana: eletta nelle liste del PCI. Nata a Torino nel 1895 in una famiglia operaia, sarta e giornalista, visse in esilio tra Francia, Spagna e URSS. Rientrata in Italia nel 1944, partecipò alla Resistenza piemontese focalizzandosi sull’organizzazione politica e sindacale delle operaie e sulla nascita dei Gruppi di Difesa della Donna. Fu moglie di Palmiro Togliatti.

Maria Maddalena Rossi: eletta nelle liste del PCI. Nata a Codevilla (Pavia) nel 1906, laureata in chimica, lavorò nell’industria farmaceutica e fu costretta a fuggire in Svizzera a causa del suo impegno antifascista. Dalla Svizzera collaborò con i comandi partigiani del Nord Italia occupandosi della propaganda clandestina e del coordinamento degli aiuti ai rifugiati e ai feriti.

Bianca Bianchi: eletta nelle liste del PSIUP. Nata a Vicchio (Firenze) nel 1914, laureata in filosofia e pedagogia, lavorò come insegnante in Bulgaria prima di rientrare in Italia. Entrata nelle file del Partito d’Azione e poi del PSIUP, operò nella Resistenza toscana partecipando alla diffusione della stampa clandestina e all’assistenza logistica alle brigate della zona.

Elettra Pollastrini: eletta nelle liste del PCI. Nata a Rieti nel 1908, emigrò con la famiglia in Francia per motivi politici. Combatté nella guerra civile spagnola a difesa della Repubblica. Attiva nella Resistenza francese, venne catturata dai nazisti nel 1941, trasferita in Italia e successivamente deportata nel campo di lavoro e prigionia di Aichach, in Germania, da cui fu liberata nel 1945.

Angiola Minella: eletta nelle liste del PCI. Nata a Torino nel 1920 in una famiglia borghese, scelse giovanissima l’impegno politico. Fu staffetta partigiana in Liguria, operando a Savona e Genova. Si occupò della Croce Rossa partigiana soccorrendo i combattenti in montagna e gestendo i contatti clandestini della federazione comunista.

Nadia Gallico Spano: eletta nelle liste del PCI. Nata a Tunisi nel 1916 da una famiglia di emigrati italiani antifascisti, visse la prima militanza nel Nord Africa. Rientrata in Italia nel 1943, operò nella clandestinità a Roma e poi in Sardegna, curando i collegamenti radiotelegrafici e la redazione di fogli di propaganda politica.

Maria De Unterrichter Jervolino: eletta nelle liste della DC. Nata a Ossana (Trento) nel 1902, fu un’intellettuale cattolica e presidente della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) femminile, sposata con l’antifascista Angelo Jervolino. Durante il Ventennio mantenne una posizione di fiero distacco culturale dal fascismo. Durante l’occupazione mantenne attive le reti dell’associazionismo cattolico romano, che divenne fondamentale per la protezione di ricercati e dissidenti politici.

Elisabetta Conci: eletta nelle liste della DC. Nata a Trento nel 1895, laureata in lettere a Vienna, fu insegnante e delegata della Gioventù Femminile cattolica. La sua famiglia, di sentimenti rigidamente antifascisti, fu costantemente sorvegliata dall’OVRA (la polizia segreta del Regime). Durante l’occupazione nazista del Trentino mantenne viva l’identità civile italiana e le reti di assistenza cattolica della regione.

Angela Maria Guidi Cingolani: eletta nelle liste della DC. Fu la prima donna a prendere parola nell’aula di Montecitorio nel ’45. Nata a Roma nel 1896, la sua abitazione divenne un luogo di riferimento e un punto di ritrovo clandestino per il CLN. Si impegnò attivamente nell’organizzazione di soccorsi per i perseguitati politici, i fuggiaschi e chiunque avesse bisogno di protezione durante il periodo più buio dell’occupazione della città.

Ottavia Penna: eletta nelle liste dell’Uomo Qualunque. Nata a Caltagirone (Catania) nel 1907 in una famiglia aristocratica. Fu candidata dal Fronte dell’Uomo Qualunque alla Presidenza della Repubblica nel 1946. Avversa sia al fascismo sia ai partiti tradizionali di sinistra, visse gli anni del Regime isolata nella sua Sicilia. Si dedicò esclusivamente alle attività di assistenza sociale e alla cura dei ceti più bisognosi dell’isola, devastati dalla povertà e dai bombardamenti.

Maria Nicotra: eletta nelle liste della DC. Nata a Catania nel 1913, laureata in Lettere. Durante la Seconda Guerra Mondiale prestò servizio come infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana a Catania. Per il suo instancabile lavoro e la dedizione dimostrata, fu insignita della medaglia d’oro al valore. Inoltre, fu tra le fondatrici dell’Associazione Volontari del Sangue nella sua città.

Vittoria Titomanlio: eletta nelle liste della DC. Nata a Barletta nel 1899, ha conseguito il diploma magistrale per intraprendere la carriera di insegnante elementare. Visse il periodo dell’occupazione a Napoli e rifiutò ogni collaborazione con il regime fascista mantenendo una silenziosa opposizione morale e civile attraverso le file dell’Azione Cattolica e l’associazionismo magistrale, gettando le basi per la successiva ricostruzione democratica della città.

Quella domenica di ottant’anni fa Bambina, vestita come quando ci si veste per i giorni di festa, si reca al palazzo comunale a piazza del Plebiscito a Lanciano con in mano un foglio. Qualche settimana prima del voto i messi comunali o gli agenti di polizia locale consegnarono quel foglio a domicilio, ritirando una ricevuta firmata. Erano riportati i dati anagrafici della cittadina, il numero d’ordine d’iscrizione nelle liste del comune, il numero della sezione elettorale e il luogo esatto (la scuola o l’edificio pubblico) dove la donna doveva recarsi a votare. Bambina quella mattina del 2 giugno aveva in mano il certificato elettorale. Qualche mese prima, il 17 marzo, le lancianesi votarono alle elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio Comunale. Fu proprio in quella precisa domenica primaverile che le donne a Lanciano entrarono per la prima volta in assoluto all’interno di un seggio elettorale. All’epoca la legge prevedeva che i cittadini non votassero direttamente il sindaco, ma eleggessero i consiglieri comunali. Sarebbe poi stato il Consiglio Comunale, nella sua prima seduta, a votare e scegliere il sindaco tra i suoi membri. A vincere le elezioni fu una coalizione guidata dalle forze laiche e democratiche. Il primo sindaco di Lanciano dell’era repubblicana e post-fascista, eletto dai consiglieri proprio in seguito al voto del 17 marzo, fu Alberto Paone, esponente di spicco del Partito Repubblicano Italiano (PRI). Bambina quella domenica non andò a votare per l’elezione del sindaco: sarebbe stato difficile convincere il padre a farla votare due volte nel giro di pochi mesi e così preferì andare per qualcosa che riteneva più importante: la Repubblica! Bambina si ricordava perfettamente del chiacchiericcio per l’arrivo del re Vittorio Emanuele III, ospitato per una notte nel castello ducale di Crecchio, uno splendido borgo medievale vicinissimo a Lanciano.

Subito dopo la proclamazione dell’armistizio il re, la regina Elena, il principe Umberto e il capo del governo Pietro Badoglio decisero di abbandonare precipitosamente la Capitale per timore che fosse occupata dai nazifascisti. Alle 4:50 del mattino del 9 settembre un piccolo convoglio di auto, tra cui diverse Fiat 2800 per non dare nell’occhio, lasciò Roma percorrendo la via Tiburtina verso l’Adriatico. Il gruppo era composto da circa 55-60 persone, inclusi ministri militari e alti ufficiali. Il convoglio raggiunse l’Abruzzo a mezzogiorno, fermandosi presso il castello ducale di Crecchio, ospite dei duchi di Bovino. Durante questa sosta discussero se proseguire in aereo da Pescara o via mare. L’opzione aerea fu scartata sia per i problemi respiratori e cardiaci della regina, sia per il timore che gli aeroporti fossero già occupati dai tedeschi e che i piloti si rifiutassero di partecipare a quella che consideravano un’azione indecorosa. Dopo un fallito tentativo di sopralluogo a Pescara, i reali tornarono a Crecchio prima di dirigersi definitivamente verso Ortona. L’imbarco avvenne nel porto di Ortona intorno a mezzanotte in un clima di estrema tensione e disorganizzazione. La nave da guerra, giunta da Pola, rimase al largo a luci spente. Il re e il suo seguito furono trasportati sulla corvetta tramite piccoli motopescherecci come il Littorio e la Nicolina. Centinaia di ufficiali e generali dello Stato Maggiore, non inclusi nel piano originale, cercarono di imbarcarsi a forza. Il comandante della Baionetta fu irremovibile, accettando a bordo solo 57 persone, il numero delle ciambelle di salvataggio disponibili. Alle 1:10 del 10 settembre la Baionetta levò le ancore diretta a sud e attraccò a Brindisi, già evacuata dai tedeschi, alle 16 del 10 settembre. Con l’insediamento del re a Brindisi nacque il cosiddetto Regno del Sud, garantendo la continuità istituzionale dello Stato italiano di fronte agli Alleati. La fretta della fuga e la mancanza di ordini chiari lasciarono l’esercito italiano allo sbando, facilitando l’occupazione tedesca (Operazione Achse) di due terzi del Paese e portando alla cattura di circa seicentomila militari italiani. L’abbandono di Roma fu percepito da Bambina, e da gran parte della popolazione, come un atto di viltà, contribuendo in modo decisivo al discredito verso la monarchia. Questo è il motivo per cui Bambina quella domenica decise di vestirsi a festa: perché per la prima volta poteva esprimere la sua idea politica e con quel voto poteva fare la differenza. E in tante quel giorno andarono a fare la differenza.

Il territorio di Lanciano era inserito nella più ampia Circoscrizione L’Aquila-Pescara-Chieti-Teramo, che comprendeva tutto l’Abruzzo ed eleggeva dodici deputati all’Assemblea Costituente. I dati storici ufficiali del Ministero dell’Interno sui numeri dei voti validi e delle percentuali ottenuti dalle liste all’interno di questo grande collegio evidenziano un chiaro primato della Democrazia Cristiana, che ottenne il 43,28% e sette seggi. Il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) ottenne il 13,30% e due seggi; il Partito Comunista Italiano (PCI) con l’11,48%, il Partito Repubblicano Italiano (PRI) con l’8,29% e l’Unione Democratica Nazionale (UDN) con il 5,90% ottennero rispettivamente un seggio. All’interno di questa valanga di voti per la Democrazia Cristiana in Abruzzo si distinse la candidata Filomena Delli Castelli (l’unica donna eletta nella circoscrizione). La futura Madre Costituente ottenne a livello di collegio ben 27.243 voti di preferenza, un numero altissimo per l’epoca che le garantì lo storico seggio a Montecitorio. Nel grande Collegio abruzzese l’affluenza alle urne per lo storico voto del 2 giugno 1946 fu straordinariamente alta, circa l’84,57%, in linea con il dato di mobilitazione civile registrato in tutta Italia. A rendere unico questo numero fu la massiccia partecipazione delle donne che per la prima volta esercitavano il diritto di voto. A Lanciano, città ancora profondamente ferita dalle devastazioni della Linea Gustav e orgogliosa del sacrificio dei suoi martiri ottobrini, le donne si presentarono ai seggi fin dalle prime ore del mattino, formando lunghissime code davanti alle scuole e alle sezioni elettorali, superando in molti seggi la percentuale di affluenza degli uomini.

Quella mattina, dopo aver votato, Bambina uscì dal seggio e si fece fotografare con un suo amico. Lei non lo sapeva, ma quella domenica mattina, recandosi a votare per la prima volta e mettendo quella x sul simbolo della Repubblica, fece la Storia. Bambina Franceschini era mia nonna e quella in copertina è la foto scattata quella domenica di ottant’anni fa. Grazie ad ognuna di voi DONNE RESISTENTI E COSTITUENTI e buona festa della Repubblica!

BIBLIOGRAFIA:

E. Puglielli, La Brigata Maiella, Textus Edizioni, 2025

R. Canosa, Brigata Maiella, Edizioni Menabò, 2025

P. Monelli, Roma 1943, Einaudi, 2020

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R. Cappelletto; A. Iantosca, Ventuno, le donne che fecero la Costituzione, Paoline, 2021

F. Taricone, Manuale del pensiero politico e questione femminile, Aracne, 2022

G. Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia, Viella, 2023. 

C. Felice, Guerra e resistenza in Abruzzo, Donzelli Editore, 2022

SITOGRAFIA:

1946, l’anno della svolta. Le donne al voto. A cura della Camera dei Deputati

IASRIC – Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea

Archivio Fondazione Brigata Maiella

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